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FILOSOFIA-SCIENZA

MUTANTE ASSOLUTO

di Nicola Licciardello

La forma universal di questo nodo

credo ch’i vidi, perché più di largo,

dicendo questo, mi sento ch’i godo

DANTE

Paradiso XXXIII

Assolutamente

Assolutamente sì !” E, meno frequente, “assolutamente no!” Queste due affermazioni sempre più diffuse nel parlare contemporaneo, dicono il bisogno  di risposte certe in un mondo, in un corpo ufficialmente nichilista ed egocentrico – fornito però di anticorpi cooperativi collettivi – dicono la sua resistenza nell’immaginario metafisico. Evocano la Tradizione della Verità, l’Assoluto, l’Incondizionato. Il Libero e insieme Necessario. Il compatto Tutto. L’Essere. L’Eternità dunque: al di là del tempo, se non dello spazio. Gli enunciati assolutamente sì e assolutamente no dicono che l’essere è in modo assoluto – molto più di quanto non-sia: l’ “assolutamente no” è infatti la risposta, il più delle volte, a una domanda retorica, o ‘relativista’, che ponga in dubbio l’essere di qualcosa. Per esempio, se alla domanda “Non le sembra un po’ ipocrita tutto l’interesse intorno a XY ?” la risposta è “assolutamente no”, si tratta della negazione della negazione, cioè dell’affermazione che l’interesse intorno a XY è assolutamente vero. Ma se così è per il soggetto cui vien posta la domanda, se egli afferma questa fede nella cosa, egli la rende o scopre esistente nel mondo cui appartiene, e con ciò stesso nel Tutto: è possibile infatti pensare il mondo ‘fuori’ dal Tutto, ovvero pensare il Tutto non-presente nel mondo ?

La parte e il tutto

Il problema dunque non è sul più o meno efficace, soggettivo render manifesto (“assolutamente sì!”) qualcosa nel mondo – quanto sul non-accordo nell’esserci manifestazione del Tutto nel mondo. Sul modo e la forma in cui tale manifestazione avvenga, e/o sia possibile per noi ‘attivarla’ (il Tutto, ad esempio, potrebbe anche essere il Vuoto, la sua rivelazione un’estasi, il silenzio, lo sgomento, etc). Si tratta del rapporto fra la parte e il tutto: da un lato Parmenide, il Vedanta, i mistici (o “eretici”) di ogni tempo (e oggi Severino[1]), dall’altra coloro che negano l’evidenza logica o visionaria dell’esserci Tutto. L’antico problema platonico del rapporto fra l’Uno e i Molti, fra Essere e Divenire (o Essere e Tempo), fra Trascendenza e Immanenza, fra Universale e Particolare, è oggi elevato a potenza nella fisica e nel paradigma biologico delle scienze. Il rapporto fra il singolo e i codici della vita si specchia nell’oscillazione dell’ecologia fra globale e locale; in biopolitica, fra governance mondiale e autonomie locali; nell’etica: non più astratto dover-essere, ma che fare della vita – bioetica. I media, rivelatisi strumento principe del consenso, investono la libertà creativa, l’estetica, l’arte, la poesia: qual è il rapporto fra invisibili ‘canoni’ e il singolo atto performativo ? C’è oggi qualche base per il giudizio di valore ?

Il nuovo

E’ come se, senza quell’ “assolutamente sì!”, qualsiasi cosa (e  persona!) fosse priva di valore – proprio perché il processo scientifico, prima ancora del progresso tecnologico, ci ha ‘formati’ al paradigma distruttivo-innovativo, ossia a verità “relative”, ipotetiche, statistiche e nient’affatto assolute. Eppure non possiamo seccamente ‘tornare’ a un pensare dogmatico, ad assoluti decretati da autorità gerarchiche, o a un mondo (se mai vi è stato) in cui non avvengano sempre nuove rivoluzioni di senso e/o rivelazioni dell’Essere. Sempre alla mobile frontiera del nuovo, di ciò che sta per nascere o di ciò che è appena nato[2], il nostro senso dell’assoluto o della totalità si affida – per superarsi, per varcare la soglia, con quella provvisoria, rischiante certezza di aver attinto a una verità che ci trascende o ci include – e così poter “d’ora in poi” collaborare a una visione, a un progetto di valore comune. Ma senza quell’ “assolutamente”, non c’è Ordine dominante dato – scientifico, disciplinare, tradizionale (persino esoterico) che possa esprimere il nuovo, farlo per ciascuno (ri)nascere. Il paradosso dell’Assoluto dunque, più evidente che mai, è che la sua (ri)scoperta è un processo necessario, impervio e mai concluso del singolo attraverso le forme e i ritmi contemporanei, affinché possa (ri)avvenire quell’evento psichico rivoluzionario, trans-disciplinare che illumina Tutto di una nuova luce. Finché ciò non avvenga per ogni essere umano, il Tutto sembra non ‘dimostrare’ la sua presenza in ogni parte – e tuttavia, come si accennava all’inizio, l’altro aspetto del paradosso sta nel fatto che la ferrea, pesante corazza dell’economia biopolitica globale pullula di ‘performances dell’assoluto’ trasversali, di sperimentazioni e ri-creazioni che ‘danzando’ tra le frontiere individuali, disciplinari, etniche offrono immagini olistiche di libertà e leggerezza.

Paradigmi olistici

Ben prima della rete web, metafora e pratica dello scambio universale di conoscenza in tempo reale, il pensiero scientifico e filosofico del primo Novecento ha rivolgimenti cruciali. Dal paradigma antropologico (un tempo “microcosmo” rispetto al “macrocosmo”) a quello biologico, cioè al ‘vero’ microscopico; dal meccanicismo newtoniano ‘spaziale’ al dinamismo temporale della relatività e sottile della quantistica: questa cerca dentro la materia invisibile una Gestalt[3] che risulterà solo “probabile” e inseparabile dall’osservatore[4]. Solo l’immensa opera di Jung sull’inconscio collettivo potrà generare più incontri fra le culture (non solo) ermetiche del mondo. Le nuove rivoluzioni sono post-atomiche: gli anni ’60 e ’70 lasciano rifiorire la potenza della Tradizione con l’analogia. Rinasce una varietà di paradigmi olistici, le teorie sistemiche  (cibernetiche) della complessità e retroazione comunicativa – dalla Scuola di Palo Alto[5] all’ecologia profonda di Arne Naess[6]. La coscienza dell’alterazione umana degli equilibri e il problema di una co-evoluzione e/o reversibilità Mente-Natura invitano al confronto con le mitologie e le pratiche meditative dell’Oriente[7]. Gregory Bateson s’interroga sulla bellezza della cultura di Bali citando il motto zen “nel momento che dici una cosa la perdi”. Scopre un analogo “doppio legame” nelle terapie della schizofrenia, quando uno dei coniugi dice all’altro “tu non devi mai credere a quello che ti dico”[8]. Continuerà a ‘sognare’ una mente sociale totale, interconnessa all’ecologia planetaria.

La decisione di Krishnamurti

Prendiamo ora rapidamente in esame un caso unico di rapporto fra due ‘eresie’, una che viene dall’Oriente e l’altra dalla fisica contemporanea. Se il dialogo fra gli ‘obbiettivi’ scientifici e religiosi ebbe origine con la Società Teosofica nella seconda metà dell’Ottocento, non è casuale che lo scienziato David Bohm (1917-1992) abbia a lungo interagito con il frutto più maturo di quell’operazione teosofica, ovvero con colui che era stato designato e atteso come l’avvento del nuovo Buddha-Maitreya, Jiddu Krishnamurti (1895-1986)[9]. Il suo rifiuto di tutti i Maestri, lo scioglimento dell’Ordine della Stella nel 1929, la proclamazione di parlare solo a nome personale, da laico con l’unico intento di “liberare l’uomo” da qualsiasi condizionamento, non annullano infatti le sue radici ‘indiane’. Nei suoi discorsi e dialoghi di oltre mezzo secolo egli parte sempre da una straziante compassione per il disordine, la violenza in cui versa l’umanità tutta e l’impossibilità di porvi un rimedio organizzato. Sono poi la parola, il tono, il gesto a mostrare in vivo il metodo di consapevolezza decisivo che egli offre al singolo e le sue affinità con l’indagine scientifica (nel senso più alto): “non accettare né rifiutare” alcunché, nell’ attenzione costante all’atto stesso del pensare come intimo conflitto soggetto-oggetto (l’io che deve diventare quello). Un minerario lavoro di autodisciplina senza appiglio (“la verità è una terra senza sentieri”), possibile anzi solo prescindendo da ogni dottrina e insegnamento noti. L’energia del silenzio genera spontaneamente, neurobiologicamente l’epoché del conflitto, l’aprirsi all’intuizione assoluta: “unità di osservazione, osservante e osservato”. Così, senza averlo voluto direttamente, può giungere la trasformazione del desiderio egoico in amore per l’unicità della Vita.

La sincronicità di David Bohm

Le cellule cerebrali liberate dal conflitto, che è un continuo spreco d’energia, opina Krishnamurti, potrebbero autorigenerarsi e consentire straordinarie, istantanee realizzazioni per l’intera umanità. Il percorso scientifico e umano dell’ebreo americano David Bohm[10], meno glorioso ma ugualmente geniale, è a tale ipotesi sincronicamente risonante. Allievo di Oppenheimer a Berkeley durante la Seconda Guerra mondiale, gli viene impedito di collaborare al progetto nucleare Manhattan per le sue idee comuniste. Passa a Princeton, a contatto con Einstein, pubblicando nel 1952 la sua prima eterodossa “interpretazione della teoria dei quanti”, ma nonostante l’appoggio di Einstein è costretto a emigrare, prima a S. Paolo nel Brasile, poi ad Haifa in Israele (dove di buono trova la moglie Saral). Infine in Gran Bretagna, dove al Birbeck College di Londra può insegnare fisica teorica dal ’57 all’87. L’incontro con Krishnamurti nel ’59 accentua l’impronta già mistica della sua ricerca. Racconterà poi come studiando le implicazioni della sua teoria sul “potenziale quantico”, fosse colpito dall’analogia con la distinzione krishnamurtiana fra realtà e verità[11]: per entrambi, la realtà (campi d’onda-particella) è un (dis)ordine “esplicito” – mentre la verità, l’origine del pensiero, è un insondabile “ordine implicito”[12]. Non abbiamo consapevolezza del processo di pensiero così come l’abbiamo della percezione. E però, di nuovo il paradosso: mentre, logicamente, è l’invisibile verità a ‘contenere’ la realtà e non viceversa, il  “paradigma olografico”[13] che nel frattempo Bohm ha adottato mostra che ogni parte dell’universo lo ‘ricorda’ tutto: se si divide in più parti la lastra su cui un raggio laser illumina un’immagine a tre dimensioni, ogni parte mostrerà poi la stessa immagine intera ! E poiché esperimenti già degli anni venti dimostravano recuperi della memoria in aree danneggiate dei mammiferi e anche dell’uomo[14], è fin troppo facile per Bohm immaginare un modello olografico del cervello[15]: i ricordi non sono localizzati in certi neuroni come in un hard disk, ma interagiscono come schemi figurativi di impulsi in viaggio lungo tutte le associazioni neuroniche, talché ‘clickandone’ uno si attivano tutti gli altri…dieci miliardi d’informazioni disponibili all’istante ! L’attività cerebrale è un “olomovimento”, scrive Bohm, l’ “ordine implicito” della realtà “esplicita” (macrosopica) al nostro livello – in uno spazio senza tempo. Se infatti si possono immaginare altri ordini “superimpliciti”, via via più sottili e potenti, in una successione infinita, insieme essi formano un “superologramma” (paragonabile all’inconscio collettivo di Jung, dice Bohm), un magazzino cosmico trans-specifico, l’ákasha vedico, la Mente comune a tutti i viventi e alla materia stessa. Durante il sodalizio con Krishnamurti – caso unico di dialogo ‘alla pari’, testimoniato in molti video e nello straordinario libro firmato da entrambi The Ending of Time (1985)[16] – Bohm assiste alla realizzazione di un vecchio sogno dei fisici quantistici, un esperimento che lo stesso Einstein nel 1935 desiderava ma temeva: nel 1982 Alain Aspect[17] riesce finalmente a provare che due fotoni (provenienti da un atomo di calcio disintegrato) spinti in direzioni diverse si comportano allo stesso modo a qualunque distanza. Se infatti s’interferisce sul percorso di uno deviandolo con un cristallogramma, anche quello su cui non si interviene, istantaneamente devierà come l’altro: “l’enigma” del non-localismo, e quindi di una velocità superiore a quella della luce è spiegabile proprio nei termini olografici e “implicati” di Bohm. Ogni subparticella ‘ricorda’ di appartenere a un insieme coerente, è inseparabile perché inseparata. C’è un ordine, dice Bohm, c’è intelligenza – nella natura, nella preghiera. L’intuizione è un’energia immediata, risponde Krishnamurti. Il loro dialogo continua a vivere: per Bohm la vera scienza è arte, non c’è divisione, e un vero dialogo non consiste nel mettere in competizione sulla scena opinioni diverse, non è una discussione o un dibattito – bensì un processo di mutuo ascolto, che rivela intanto a ciascuno i presupposti ideologici delle proprie risposte, una sospensione capace di contemplare la varietà di visioni del mondo – prima di poter eventualmente giungere a una posizione comune. Nel 1983 Bohm fonda così, con partecipanti di diversi paesi[18], una “socioterapia” del Dialogo con precise regole (numero degli invitati, leader, durata, etc), che va avanti ancora adesso[19]. Lo scopo non è la soluzione di un problema o la preferenza per un tema, bensì “rallentare il pensiero” in quanto tale – la pre-condizione di ogni consapevolezza, condivisione e gentle action – come dice David Peat[20], già collega e poi biografo di Bohm.

La musica della vita

Quanti workshop di Dialogo sarebbero necessari per tutti gli abitanti del pianeta – dal più misero e precario fino ai capi di stato, militari e religiosi, gli amministratori delle grandi corporations o delle società finanziarie – affinché in ciascuno cominciasse a liquefarsi la povera cittadella dell’io, il cemento armato delle convinzioni acquisite una volta per tutte (anche quando crollano), la presunzione di possedere e dover gestire proprietà e verità esclusive ? Nello spirito del mondo potrebbe soffiare, anziché il terrore della fine, la speranza della rinascita. Forse possono aiutare anche alcuni gruppi o movimenti. Nel frattempo infatti tutto si muove, perché nulla è compiuto. La scienza oggi eredita dalla poesia o dalla mistica le immagini di dolcezza e connessione che la fanno e ci fanno rivivere. Denis Noble, Università di Oxford, nel suo ultimo saggio La musica della vita (2009), proclama la fine del riduzionismo o determinismo biochimico: i 25 mila geni del dna umano (per il 98% in comune con quello di una ascidia) non ci danno puntuali effetti o calcolabili previsioni, non esiste il gene del battito cardiaco, né quello per alcunché, così come le lingue non sono codici, perché sono innumerevoli. “Il nostro organismo è una sinfonia”, e la musica esiste quando è suonata: è un processo, non una cosa-in-sé – proprio come nella dottrina buddhista.



[1] Il quale accusa Parmenide di aver sacrificato la molteplicità degli essenti alla semplicità unitaria del Tutto:  Emanuele Severino, La follia dell’angelo, Rizzoli, Milano 1997. Si può condividere in parte la critica a Oltrepassare da parte di Claudio Bramucci (“Letteratura-Tradizione” 43, 2008), ma il discorso sull’Assoluto e la totalità di Severino meriterebbe una trattazione specifica, impossibile in questa sede.

[2] Su questo punto, che invera la “ragione poetica” di María Zambrano, insiste la sua allieva cubana Fina Garcia Marruz, La spada intatta di María Zambrano (tr. e cura di Nicola Licciardello), Marietti, Milano 2007.

[3] La Gestaltpsychologie (it. Psicologia della forma) elaborata in ambito tedesco tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, potrebbe annoverarsi anch’essa fra le teorie dinamiche e olistiche della mente.

[4] Il celebre “principio di indeterminazione” del Nobel 1932 Hans Heisemberg, cioè l’impossibilità di stabilire insieme la posizione e l’impulso di una particella – in quanto la misura dell’osservatore la modifica – implica il crollo della visione deterministica della natura, e l’assunzione di una visione statistico probabilistica. Heisemberg per altro condivideva col Nobel 1922 Niels Bohr la com-possibilità dell’apparente dualismo onda-particella. Fritjof Capra opera un successivo ‘svuotamento’ dell’aspetto particella, spiegandolo come un “quanto sferico” che appare al centro dell’onda.

[5] Del fondatore Paul Watzlawick, mancato nel 2007 a 85 anni, sottolinea Umberto Galimberti (“Repubblica” 04/04/07) come nella “Pragmatica della comunicazione umana” sia importante parlare di cambiamento anziché di guarigione: la realtà occorre inventarla – da cui le scuole di Programmazione Neurolinguistica.

[6] Arne Naess, Okology, samfunn og livsstill, 1976, tr. it. E. Recchia, Ecosofia, Como 1994 (dalla versione inglese Ecology, Community and Lifestyle: Outline of an Ecosofy, Cambridge 1989); Bill Devall-George Sessions, Deep Ecology, Salt Lake City 1985, tr. it. G. Ricupero, Ecologia profonda, Torino 1989: sono all’origine di tutti i movimenti anche italiani di ritorno alla natura, bioregionalismo, decrescita etc.

[7] Fritjof Capra, The Tao of Physics, 1975, tr. it. Il Tao della fisica, Milano 1982, non è certo il primo di un elenco di comparativisti East-West che va crescendo tuttora.

[8] E’ lo stesso Bateson a dare un indirizzo alla Scuola di Palo Alto, a lui si richiamerà anche l’ “antipsichiatria” di Ronald Laing. Non si tornerà mai abbastanza alla ricchezza di pensiero sensato e acrobatico di Gregory Bateson: Steps to an Ecology of Mind, 1972, tr. it. G.Longo-G.Tratteur, Verso un’ecologia della mente, Milano 1976; Mind and Nature, A Necessary Unity, 1979, tr. it. G.Longo, Mente e Natura, Milano 1984; con la figlia Mary Catherine, postumo: Angels Fear, Towards an Epistemolgy of the Sacred, 1987, tr.it. G.Longo, Dove gli angeli esitano, Milano 1989; Una Sacra Unità. Altri passi verso un’ecologia della mente, a cura di Rodney E. Donaldson, tr. it. Milano 1997.

[9] La bibliografia su Krishnamurti è sterminata, inevitabilmente fra l’agiografico e l’esoterico – una per tutte: www.gianfrancobertagni.it/materiali/maestri/danese.htm e nemmeno i discorsi, editi dall’impeccabile Raja Rajgopal e pubblicati in italiano da Ubaldini-Astrolabio, possono restituire l’essenza del suo messaggio; l’unico modo di avvicinarvisi sono i video distribuiti dalla Krishnamurti Foundation (http://www.kfoundation.org).

[10] Su David Bohm vi è una vasta bibliografia scientifica in inglese, in italiano l’ottimo volumetto di Massimo Teodorani, Bohm La fisica dell’infinito, Macro Ed. (FC) 2006, fornisce anche molti titoli web.

[11] David Bohm, An Introduction of Teachings, http://www.kinfonet.org/Biography/bohm_intro.htm

[12] David Bohm, Implicate and Explicate Order in Psysical Law, “Physics” GB, 3.2, 1973

[13] Una suggestiva sintesi è Richard Boylan, L’Universo è un’illusione: http://www.xmx.it/universoillusione.htm

[14] Vedi nota precedente, ma anche la notizia che il 5th International Stem Cell School in Regenerative Medicine, Berlin-Rostock, ottobre 2008, ha riconosciuto a un’equipe di Verona l’importante scoperta delle Leptomeningeal Stem Cells, cellule staminali totipotenti che ricoprono il sistema nervoso centrale dei mammiferi, in grado dunque di rigenerare eventualmente quelle cerebrali ammalate.

[15] Tale modello, detto “olonomico”, risale al chirurgo viennese Karl Pribram. Ne scriverà anche il prolifico autore della Integral Psychology and Spirituality Ken Wilber, edito in Italia da http://www.celestinian-center.com

[16] Krishnamurti-Bohm, Dove il tempo finisce, tr. it. C.Minoli, Ubaldini, Roma 1986, raccoglie i dialoghi avvenuti fra aprile e giugno 1980, testimonianza della loro abissale indagine sul rapporto mente-cervello.

[17]Tiziano Cantalupi, L’enigma del non-localismo e l’esperimento di Aspect:        http://www.geocities.com/capecanaveral/hangar/6929/teletrasporto-1.html

[18]David Bohm Donald Factor-Peter Garrett, Dialogue a Proposal, http://www.infed.org/archives/e-texts/bohm_dialogue.htm

[19] David Bohm, On Dialogue, ed. Lee Nichol, Routledge, London 2004

[20] David Bohm-David Peat, Science, Order & Creativity, New York 1987; David Peat, Infinite Potential. The Life and Times of David Bohm, Perseus Publ. 1997; David Peat, Gentle Action: Bringing creative change to a turbulent world, Pari Publ., 58045 Pari (GR) 2008 – editrice e centro di iniziative fra scienza e arte in Italia. (www.gentleaction.org)

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