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IL LAVORO NELL’EPOCA DELLA SUA (IR)RIPRODUCIBILITA’ INFORMATICA

29 ottobre 2012

IL LAVORO NELL’EPOCA DELLA SUA (IR)RIPRODUCIBILITA’ INFORMATICA

di Nicola Licciardello

 

Premessa obbligata nell’affrontare qualsiasi argomento è oggi la Grande Crisi. Sulla cui origine – speculazioni finanziarie e deregulation del mercato globale – non mentono nemmeno gli organismi internazionali (Fed, Bce, Fmi) che l’hanno assecondata e promossa. L’angoscia sociale per l’immenso impoverimentoi licenziamenti di massa nella decrescita di fatto, è alimentata anche dall’incertezza con cui la tecnocrazia stessa propone le “terapie” per uscirne: rigore / crescita / svalutazione / consolidamento del debito/ commissariamento ‘imperiale’ / economie a 2 velocità etc.

Sacrosante sono le battaglie, in piazza o in fabbrica, spontanee, organizzate, sindacali, per mantenere un’ “occupazione” – anzi un luogo e una dignità del lavoro – ma intanto e comunque, un reddito.  A un reddito garantito di cittadinanza sono dirette proposte quasi unitarie della sinistra e/o referendum. Ma l’agitazione ideologica, da parte della folta diaspora di sinistra, per la presa del potere, dello Stato come centro, perpetua un irrazionale autoinganno (e inganno di chi ancora vi si sente “rappresentato”), perché, al di là delle ipocrite crociate anticorruzione, una realpolitik di sinistra ammette che il governo centrale sarà sempre compromesso con “poteri forti” trans-nazionali (essenzialmente bellici). L’unico risultato è allora quello di enfatizzare la frustrazione e la sua simultanea scarica nelle grandi manifestazioni, in Italia, di un mattino (o un pomeriggio) – cioè esattamente la “narrazione” che i grandi network televisivi ripropongono ogni dieci minuti, come eterno ritorno di una lotta di Sisifo. Soluzioni concrete possono venire solo dalle periferie, da un pensiero di decentramento eda pratiche di riterritorializzazione.

Perché, al tempo stesso, si percepisce che davvero siamo entrati irreversibilmente nel “grande freddo” di un’era post-industriale. E quindi da più parti s’invoca una riflessione più ampia e profonda sul futuro del lavoro in quest’epoca, sulle prospettive per i giovani, sul valore non solo economico ma politico, e prim’ancora culturale, antropologico del lavoro. Una messa in discussione radicale, che includa il riconoscimento della sua attuale inutilità anzi nocività. Con la provocazione “irriproducibilità informatica” voglio solo confermare un’ovvietà: che il mondo 2, quello del web, non sussiste senza i quanta di lavoro manuale necessari alla riproduzione della vita (inclusa la fabbricazione degli stessi computer). Il mondo 2 è una dimensione, un momento del mondo a più dimensioni, il quale a sua volta è irreversibilmente permeato, informatizzato dai software del mondo 2.

 Un aspetto della Grande Crisi è la progressiva estinzione delle grandi narrazioni pubbliche, intese come miti condivisi, propulsivi di un modello di sviluppo: la crisi della stampa e presto delle TV “generaliste” mostra la fine del pubblico, come chiave di volta del politico e come agenzia educativa sociale: dall’individualismo e dalla privatizzazione non si torna indietro alle “masse analfabete” guidate da “intellettuali” o politici di professione – le masse di un tempo, depositarie di saperi artigianali e/o collettivi, erano comunque più colte della media che i singoli io oggi formano come “moltitudine”. La piazza del paese, bene comune per lo scambio umano, è sostituita dai “social network” alla facebook o da altri network tematici, settoriali, territoriali.

Che valore ha il lavoro in questo contesto?  Quali virtù e/o esercizi (askesis, ricorda Sloterdijk [1]) occorrono per un lavoro necessario ad abitare la terra in modo equilibrato? (ci chiedevamo nell’intervento precedente). In che modo possiamo usare la storia pragmatista-idealista dell’ artigiano ricostruita da Richard Sennett [2] ? Dalle botteghe orafe medievali, passando per i violini Stradivari – la cui competenza non poté esser trasmessa perché fondata sul sapere tacito, sul contatto fisico fra Maestro e apprendisti ­– fino all’Illuminismo, fondato sulla capacità di immaginare ed eseguire lavori: Diderot e l’Encyclopedie, con le sue illustrazioni del vecchio e del nuovo modo di produrre e gli operai sereni, in simpatia; il Cittadino-Faber di Jefferson, che in quanto faber s’intende anche di politica. Mentre dall’ Educazione estetica di Schiller fino a John Ruskin e Adolf Loos (contrapposto al tetro Ludwig Wittgenstein, che progetta in modo rigido una sola casa), il lavoro si coniuga con la libertà del gioco. Sforzo, pazienza, continuo esercizio di mano-cervello, scomposizione e ricomposizione (Ruskin: “siamo interessati solo alle cose che possiamo modificare”), capacità di “afferrare ma anche di mollare la presa” (già nel colpo di martello), coscienza (del) materiale, progetto di qualità (“fatto ad arte”), “aggiustare ed esplorare”: il loro ritmo affina l’anticipazione e la capacità di seguire “la linea della minor resistenza”, ed è così fonte di piacere ed autostima. Il lavorare ai margini (pareti,  frontiere, scrittura e narrazioni ellittiche) rende primario il valore d’uso del manufatto rispetto al valore di scambio monetario. Il valore sociale del lavoro risiede nelle “capacità che il corpo possiede di conformare oggetti fisici, le medesime capacità a cui attingiamo nelle relazioni sociali”. Sennett ricorda la trasformazione e ‘improvvisazione’ con cui gli etnici usano gli scalini delle case di Lower East Side a Manhattan, come abitazioni-esposizioni, e le loro differenze.  “Misto di artista e operaio (dal latino artificium), l’artigiano di Sennett s’incarna in una serie di figure, dall’intagliatore di pietre al mastro liutaio, dal moderno editore indipendente allo stampatore d’arte, dal carpentiere anonimo al lavoro nelle grandi cattedrali gotiche fino agli infermieri e ausiliari di sala negli ospedali inglesi, ai ricercatori scientifici, ai programmatori di Linux”. (Marco Dotti).

In tutti questi aspetti il lavoro artigiano è frutto di un sapere collettivo, per la cui formazione è decisivo proprio lo scambio umano in ogni settore di ricerca, ancora oggi.

Team, équipeComune. A Sennett non sfugge il problematico, a priori insolubile legame fra “competenza del singolo” e orizzonte della moltitudine (anche nell’open source), ovvero fra gerarchia e apertura. Cita la Nokya, dove si decise per una politica di brain storming aperto, che risultò vincente sull’ambiente chiuso di Motorola. Ma ce n’è anche per gli imprenditori: “dovrebbero riqualificare gli artigiani, per costruire sequenze di abilità tecniche”. Ora è proprio questa l’ipotesi da verificare, con inchieste documentarie sul lavoro dell’operaio “specializzato” oggi, nella diversità delle produzioni e della loro grandezza. Uno dei meriti del “pensiero operaio” degli anni 60 e 70 fu quello di censire la “composizione di classe”, il lavoro del singolo e quello di squadra, le modalità e l’intensità dello sfruttamento – relativo al grado di “invenzione operaia” (tecnica) per risparmiare tempo e fatica nei diversi segmenti produttivi. Tutta questa informazione oggi è assente: quanto per un attimo s’intravvede nei Tg sull’operaio Fiat che avvita un pannello, mentre mostruose braccia automatiche si piegano a saldare una scocca, non basta a capire il suo ritmo, né i momenti di lavoro di squadra, se e come esiste, e quindi come potrebbe trasformarsi. E’ aggiacciante per esempio l’assoluto isolamento di ogni operaio (di solito donna) che inserisce un microchip, in parallelo con centinaia se non migliaia di colleghe attorno, quale s’intravvede nei filmati di fabbriche cinesi di computer. Occorrerebbero documentari precisi, animati da spirito scientifico e non pubblicitario (come in tutti i campi).

Certo i pochi artigiani ancora vivi e operanti non sarebbero contenti di farsi stritolare in una “catena di montaggio” che, dagli anni 20 nelle fabbriche di Ford in poi, non ha cessato di accelerare. Ma che cos’è il discorso di Sennet se non una sfida a ritrovare nella figura archetipica (Efesto) dell’artigiano il fulcro di una rivalorizzazione del lavoro al tempo della sua crisi ?

 

In assenza: 1. di una reale esperienza sul campo da parte di chi scrive; 2. della reticenza, o impossibilità, di Guido Viale a specificare ed esemplificare la sua proposta di “riconversione ecologica” non centralizzata (e quindi potenzialmente mafiosa, vedi eolico italiano), forse potrebbe risultare utile rovesciare la narrazione di Sennett. Diversamente dalle gilde medievali di botteghe artigiane (in competizione fra loro), e dal momento che le tecnologie pulite di base per produrre localmente energia (elettricità, pannelli solari, biomasse) sono oggi socio-culturalmente accessibili, che cosa accadrebbe se una ditta idraulica, un’ebanisteria, una fattoria permaculturale, una che ricicla materiali ferrosi, una cartiera, una compagnia di poeti e danz-attori, una produttrice di software, una di allarme e monitoraggio territoriale … formassero un ‘consorzio di autosufficienza’, e quindi costellazioni di microcomunità inter-in-dipendenti ? più che di un nuovo modello co-operativo, qui si tratterebbe della costituzione orizzontale e verticale di unità co-evolutive – trans-disciplinari, trans-culturali, persino trans-religiose (Raimon Panikkar)[3].

Proseguendo in questa “fantapolitica”: tutti coloro che non riuscissero a “trovare lavoro” direttamente nelle unità produttive, ricevendo però un assegno o un qualche modulo di sussistenza, in cambio avrebbero l’obbligo di periodici (semestrali, annuali) compiti di formazione personale e manutenzione di impianti. Il governo centrale potrebbe occuparsi eminentemente di ricerca spaziale e biomedica, grandi opere e servizi di infra-(ri)strutturazione, progetti di interscambio culturale… Ed ecco, immediatamente salta agli occhi che tutto questo non sarebbe affatto un modello ‘irenico’, bensì di un orizzonte di conflitto permanente, con lo Stato (in Italia anche con la Chiesa) e con le Multinazionali. Ma infatti è proprio quello che già avviene, persino per le più antiche e collaudate comunità eco-logico-spirituali (Findhorn, Auroville), ma soprattutto per le giovani nazioni latinoamericane e per le contemporanee New Towns inglesi. E’ chiaro che non solo nell’Europa altamente civilizzata  – le cui città non sono altro che vetrine, nel senso immediato e mediatico, di grandi Banche e Società di Servizi trans-continentali – la riconquista di un solo metro quadrato di bene comune è, e sarà sempre, una lotta corpo a corpo per abitanti di interi quartieri – così come avviene per le dichiarazioni e le pratiche di ri-appropriazione territoriale in nome di Pachamama in Latinoamerica.

 Solo che invece di subire, arretrare e difendersi, occorrerebbe ‘anticipare la partenza’ per un nuovo tipo di società, che abbia nella sua Costituzione alcuni non-negoziabili principi di uno sviluppo umano in armonia con la natura, col pianeta Terra sentito come un solo bene comune. Riciclabilità dei prodotti, minima impronta ecologica nel paesaggio, minimo impatto per trasporto, semplicità d’uso e gestione virtuosa delle risorse energetiche…

Un processo di questo tipo non sarebbe nient’altro che la Rivoluzione, cioè l’uscita di minorità del genere umano. La ricomposizione di un pensiero alternativo può comunque contribuire a formare motivazioni laiche e razionali per comportamenti (“etica”) alternativi.

 

 

 

 

 

 


[1] Peter Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita (trad. Stefano Franchini), Raffaello Cortina, Milano 2010

[2] Richard Sennett, L’uomo artigiano (trad. Adriana Bottini), Feltrinelli, Milano 2008

[3] Nel presente “nuovo medioevo” potrebbe sembrare lo scivolamento a un “modo di produzione” precedente, quello dei monasteri: utopia doppiamente regressiva e impossibile – per il volume della popolazione elevato a potenza rispetto al periodo dei monasteri, e perché essi si costituivano attorno a figure carismatiche, spirituali e comunque gerachiche…

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