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UN CANTO CONTRO LE SIRENE

3 settembre 2012

LA FINE DELLA II REPUBBLICA E LA GRANDE CRISI

Con la querelle sulle intercettazioni (indirette) del Capo dello Stato sembra chiudersi in Italia un ciclo politico. Praticamente la cosidetta Seconda repubblica, quella del bipolarismo e della corruzione berlusconiana. A chi guardi senza pregiudizi lo scenario, non sorprende che i “piedi sul Colle” siano arrivati prima della scadenza del mandato settennale, in modo da livellare nel fango il Presidente, la magistratura e le famose inchieste sulla trattativa stato-mafia, “proprio quando si era a un punto decisivo” dell’inchiesta relativa – al tempo stesso gettando le basi per una possibile Terza repubblica, stavolta davvero populista, cioè autoritaria. In questo teatro del suicidio politico istituzionale sono tutti protagonisti, a partire dai media, ma forse si tratta di un rituale, tipico di una classe politica che pur di non aggiornarsi preferisce suicidarsi, contando su una risposta di regime a una possibile disperazione popolare – processo attraverso il quale si possono comunque mantenere proprietà e privilegi acquisiti. Le ultime vicende della Roma repubblicana prima di Cesare mostrano affinità con l’odierno ribollire sociale italiano: i cavalieri manterranno il potere, proprio mentre il loro “modo di produzione” iniziava ad andare in crisi.

Ora l’industria italiana è in declino. Prima della crisi finanziaria globale, prima della crisi (forse irreversibile) del capitalismo quale crescita infinita del Pil, è il modello industriale italiano a essere obsoleto ed ecologicamente insostenibile. Ed è la troppa diversità dello sviluppo capitalistico nei paesi del sud da quelli del nord ad acuire oggi la crisi finanziaria in Europa. Finché si doveva produrre merci, il polo sud e il polo nord dell’Europa hanno fatto un potente magnete. Il decennio dell’euro è servito a indebitare i poveri (Grecia) di questa bella moneta nuova, e far guadagnare i ricchi, quindi la Germania ha potuto investire in ricerca e innovazione. Oggi quello che occorre ‘produrre’, in una decrescita di fatto (necessità-virtù), è solo immagine, virtualità finanziaria dei beni, necessaria a venderli in borsa. Quello che oggi serve è un’elite tecnico-finanziaria di un’Europa federale, potenza continentale, colmando il ritardo con gli Usa e la Cina che già lo sono. E questa sarà la risposta autoritaria europea, da sperare il più ecologico-sociale possibile.

Se è così, la crisi della sinistra è tragica e irreversibile. Perché dalla governance (a sovranità €) è esclusa ogni considerazione “etica” o di “giustizia” in senso tradizionale, essendo caduto insieme al welfare il pensiero stesso dell’eguaglianza e della fraternità. La sinistra non ha più una legittimazione politica in quanto non ne ha una ideologica, quella che era la sua “visione”, la classe del lavoro dipendente che si emancipa con le lotte, progressivamente non ha più luogo. Resta così incomponibile tutta la dissidenza, la rabbia, l’indignazione, la rivolta del comune.

E però bisogna pur risalire a una qualche verità antropologica. Nella recensione a Gilbert Rist I fantasmi dell’economia (il Manifesto 29 agosto), Paolo Cacciari lo segue affermando che “la ragione della forza mobilitante dell’economia sta nel fatto che non è una scienza, ma una credenza. Non fornisce una rappresentazione realistica del mondo, ma ideologica, immaginifica, mitica. E, per nostra somma sfortuna, «la teoria economica deriva dal paradigma della guerra. Guerra contro la natura, guerra degli uomini tra di loro>. Certo, ma se fosse ‘soltanto’ questo, decenni di demistificazione, cultura alternativa, soluzioni ecologiche e occupy avrebbero travolto, almeno ideologicamente, queste “credenze” del dio denaro. Ma – oltre al fatto che le generazioni non hanno memoria se non (al massimo) di quella precedente, e dunque occorre sempre ripartire da zero – c’è qualcosa di più profondo, io credo, sotto la credenza del dio denaro. Ciò che nessuno, di destra o di sinistra, mette più in discussione, ciò che è il grund sotteso – forse più della stessa libertà della donna – a ogni atto di lavoro e distrazione è: meglio morire lavorando in questo mondo ingiusto e insostenibile che tornare alle candele, alle frustate e soprattutto al colera. La fedenel progresso tecnologico, specialmente biomedico, tipica del modello occidentale, domina l’inconscio collettivo. Meglio “morire lavorando” – sacrificarsi in un sistema che potrebbe un giorno fabbricare automi al posto dei lavoratori, e dove qualcuno, magari un mio discendente, potrebbe riuscire non solo a curarsi da ogni malattia, ma a comprarsi l’immortalità. E, per le menti più aperte: perché qualcuno, in rappresentanza dell’intera umanità, e dunque anche mia, potrà un giorno mettere piede su altri pianeti, conquistare lo spazio, e magari prima o poi incontrare davvero l’Altro, un’altra razza intelligente. Su queste fortissime pulsioni simboliche gioca la New Age, prosecuzione soft della politica con altri mezzi, cioè (non solo) via web.

Contro queste immagini (energie archetipiche), s’infrange persino l’evidenza disastrosa della crisi economico-finanziaria, così come quella opposta della convenienza e piacevolezza di produzioni sociali ed ecologiche. Prima che economico, politico o di classe, è il nostro schema antropologico a costituire l’appartenenza al “pensiero unico” dell’Occidente. Tale schema è in effetti trasformabile in primis attraverso vie esoteriche di liberazione individuale – yoga, tantra, tao – e quindi attraverso esperienze comunitarie. Ma può la mistica essere la “norma dell’uomo” comune, come invocava Zolla ?  C’è forse una musica, un suono, un canto o un’azione comune – una qualche ‘arma’ più sofisticata di quelle industriali – capace di vincere le Sirene dell’Immortalità?  Potremmo, avremmo potuto, tapparci tutti le orecchie, solo nella fede che vi fosse, al di là delle Sirene, un Ritorno a Casa… ma il ritorno, come già vide Kubrik, è nello Spazio.   

 

 

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