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19 aprile 2012

SOGGETTO POLITICO NUOVO ­– “FARE COMUNE”

 

Da Padova (tuttora referente per la “poesia bene comune”), con meno di 1000 euro al mese trasferitomi da qualche anno in un paesino dell’Alta Maremma – dove provo a condividere pratiche e linguaggi – rispondo alla vostra mail del 17, che invita alla discussione sul nome del Soggetto Politico Nuovo, avendo partecipato ieri sera all’incontro territoriale di Siena, coordinatore Massimo Torelli. Ho lì condiviso lo sconcerto per l’articolo di Ugo Mattei sul “Manifesto” del giorno stesso, che mi sembra una ‘caduta di stile’, forse un ‘attacco preventivo’ ai politici che criticano il Manifesto iniziale per mancanza di contenuti. Non ci è parso il momento né la sede migliore per gettare sul tavolo tutte le carte (proponendo già il nome ‘partitico’ <Lavoro e beni comuni>): in modo così affrettato sul “che cosa faremmo noi nei primi 100 giorni di governo” – dalla guerra mondiale di liberazione a fianco dei popoli oppressi del Sud globale al ripensare l’euro come valuta, all’immediata uscita dell’Italia dalla Nato, la tassa patrimoniale e quella di successione, il reddito minimo e quello massimo, la moratoria sulle grandi opere e sulle dismissioni del patrimonio pubblico,  addirittura una (semplice ?) semplificazione dell’ordinamento giuridico (fortunatamente con depenalizzazione dell’uso della droga). Beninteso, tutti obbiettivi condivisibili, ma l’elenco un po’ massimalista o giacobino non il più adatto ad allargare il consenso: persino Negri, qualche giorno prima, aveva giustamente proposto un solo punto, il reddito di cittadinanza (non quello “minimo”). Programma non esaustivo: assenza di norme sulla gestione del territorio, dell’energia e dei media. Questioni assolutamente centrali.

Comprendo le ragioni della fretta politica, e condivido l’ entusiasmo che un Nuovo progetto genera, ma pensavo che il NOME venisse più avanti (il Nome è tutto !), dopo una più lunga incubazione che dimostrasse fondati i presupposti metodologici avanzati nel Manifesto, quelli del capitolo sulle “passioni”,  anzi sull’ autogoverno delle passioni, cui aggiungerei l’umiltà del servizio. Si vedrà se queste qualità le pratichiamo già: declinate qui come tecniche per un reale processo partecipativo, per ora sono l’unico contenuto innovativo del Manifesto. Necessarie, ma non sufficienti.

Il linguaggio, la parola è tutto, e dal Manifesto non evinco una visione capace di fare “egemonia”, cioè ‘potenza’ di un nuovo governo. Non si tratta di crescita o decrescita, ma di un pensiero e un’esperienza  che siano non “all’altezza della tecnica della globalizzazione finanziaria predatoria” – per semplicemente contrapporsi ad essa (o, come Bifo, in disperata ‘secessione’ da essa) – ma molto più in alto, lungimiranza volta al futuro  – perciò vincente. Einstein disse che non si può risolvere un problema nato a un livello di pensiero partendo dallo stesso livello di pensiero che lo ha generato. Dunque una rivoluzione epistemologica, che non pensi in termini di spread finanziari, ma che si dia come paradigma trans-culturale verticale, al centro una visione “olistica”: la sacralità della comunità umana come parte della Natura. Il Tutto, l’olon è in ciascuno di noi e in ciascun filo d’erba (a proposito di Whitman), è il “bene comune” di base. I cittadini dovranno essere “qualificati e informati” sui massimi sistemi, sull’ecologia che li riguarda intimamente, oggettivamente, prima ancora delle loro soggettive “passioni”.

Le cose che Guido Viale dice da tempo evocano una tale visione globale, ma un soffio di poesia ce l’ha solo all’inizio, evocando la ‘conversione’ verticale che ognuno oggi deve compiere.  Nel Manifesto non si esplicita abbastanza il discorso sulla “formazione” di un soggetto politico Nuovo. Ma proprio di formazione, di cultura necessita un’organizzazione e un’appartenenza simbolica. Si dice: “L’organizzazione politica dovrebbe essere il grande laboratorio in cui si inventano e si forgiano i nuovi linguaggi di un dialetto universale […] nell’inclusione e nella contaminazione connessione-ibridazione tra identità”. Ma questo è il linguaggio orizzontale degli artisti contemporanei, i “narcisi” perfettamente inseriti nel sistema finanziario. In realtà le identità del singolo, come quelle di ogni paese, sono già “contaminate” e in continuo mutamento, si tratta di trovarne denominatori comuni più in profondità, più “dal basso”, ma anche più dall’alto, dallo spazio. Pochi giorni fa il “Manifesto” pubblicò un discorso di Edouard Glissant (in dialogo con Derrida): “Se vogliamo veramente incontrarci, noi che veniamo da mentalità così diverse, da culture così diverse, da teologie così diverse; se vogliamo incontrarci in un luogo, allora dovremo ripetere insieme, come si dice che un attore di teatro ripete la sua parte. Perché bisogna ripetere insieme e perché il tremore è un’arte, prima di tutto un’arte della ripetizione”. Qui si individua nel ritmo un denominatore comune, in quanto disciplina linguistica, artistica, religiosa. A Zuccotti Park, invece del microfono c’erano i più vicini a chi interveniva a ripetere in coro. In Italia non si è riusciti a “occupare” un luogo per più di mezza giornata (mesi a Wall street o alla Puerta del Sol, settimane alla cattedrale di S. Paul). Perché da noi non sono abbastanza forti i rituali  di resistenza non-violenta nella ‘metropoli’. Invece si è scatenata una grande fantasia e resistenza nelle lotte operaie (mesi), e nei grandi cortei (la festa di un giorno). Fondere questi processi dovrebbe essere il servizio di una entità politica nuova. L’ Italia poi ha un tessuto connettivo di piccole imprese, con meno di 15 dipendenti o individuali, di ex e nuovi artigiani, molti fortemente innovativi in nuove produzioni ecologiche o in software.

L’incoraggiamento a queste soggettività, con la creazione di cornici istituzionali e finanziarie favorevoli, dovrebbe essere uno dei pilastri di una nuova politica. Assieme alla regolazione delle emittenze televisive, fine dei monopoli, incentivo alle culture locali – dai Parchi letterari alla musica alle reti web. Quello dei media è il settore chiave, prima di Berlusconi lo avevano capito nazismo e fascismo, Hollywood e il rock’n roll… Se non cambia il linguaggio televisivo, fondamento biopolitico del modello individualista che ha portato al debito sociale, è vano pensare a un governo nuovo. Quel linguaggio colonizza l’immaginario di tutti, anche di chi lo critica. I neuroni specchio ci fanno rivivere continuamente stragi, terrorismo e narcisismo. Dobbiamo continuamente, con qualsiasi tecnica psicofisica, disintossicarci e ri-trasformare il linguaggio. E se chi viene licenziato non può farlo (subito), il problema non è il lavoro ­– per una piena occupazione basterebbe la rivalorizzazione delle reti pubbliche, a partire dagli orti urbani – il problema è la trasmissione, la connessione, l’interfacciamento delle realtà, delle soluzioni di impegno e di vita.

 Alla fin fine, ciò che tutti vogliamo – e quindi ciò che un movimento deve promettere – è meno stress e un po’ di felicità, di altro tipo rispetto a quella usa e getta. C’è molto da fare per fare comuni i beni. I “beni comuni” non esistono finché non li rendiamo tali. Per l’acqua, la risorsa più comune, si è vinto il referendum, ma l’attuazione s’inceppa. Sul territorio sarà ancora più difficile, ma certo gli epicentri dovranno tornare ad essere le amministrazioni dei Comuni. Con la collaborazione, gli incroci di competenze, le convergenze di interessi, la discussione pubblica, l’immaginazione tecnica per le soluzioni più semplici ed estetiche (ah, le inseminazioni dei fiori !), gli spazi liberi per la ricerca di invenzioni dal minimo impatto e miglior risultato energetico. Il bello comune. Il bello di un lavoro fatto insieme è fuori mercato, per questo ha benefici effetti sul sistema limbico e sul sistema immunitario. La pura gioia di progetto ed esecuzione collettivi. Perciò penso che il nome giusto per la cosa giusta, se proprio bisogna darlo subito, sia molto semplicemente FARE COMUNE. Non il lavoro da una parte e i beni comuni dall’altra – dati che problematicamente occorra ‘coniugare’ – ma il lavoro comune necessario a mettere-in-comune le risorse e le esperienze. FARE COMUNE: verbo piano e asciutto, e insieme esortazione a una rinascita infinita, perché parola che non si consuma, che mantiene l’indicibile e la sua ‘potenza’.

 

18 aprile 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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  1. Paolo Spedicato permalink
    19 aprile 2012 15:40

    Grande, Nicola! Da meditare.
    Ciao. P.

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