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BAUBALI JAIN PILGRIMAGE

30 marzo 2012

BAUBALI JAIN PILGRIMAGE (19 febbraio 2012)

Si sale il monte di basalto rosa tenendosi allo scorrimano sinistro, fatto di tubi dell’acqua avvitati, ci sono ‘stazioni’ con portali in pietra, la vasca di Belagola man mano si allontana, il sole delle otto del mattino è oro, i piedi nudi aderiscono ai gradini inclinati di roccia, ci sono gobbe ripidissime, infine un porta immette oltre la prima cinta muraria, un’Acropoli. Colonne, templi, l’Odegal Basti è tripartito nelle 3 direzioni, col primo, il sedicesimo e il ventiduesimo thirthankar, statue enormi e identiche, poi il Padiglione Tyagada, che contiene solo un pilastro con intrico floreale, prototipo di Art Deco – e qui è il passaggio, da pellegrini a turisti e viceversa, la pulsazione dell’evento – più di metà (si) fotografano, tutti hanno almeno il cellulare, e vogliono apparirvi: per dimostrare una devozione reciproca, oltre che per sé, la prova reciproca d’esser (stati) lì, turisti-pellegrini.

Pochi badano al padiglione più piccolo, giusto prima della scalinata al Gomateswara: il suo quinto pilastro, centrale, è la statua splendida, singolarissima e inquietante di Gullakayj, la vecchia che aiutò il re Chamundaraya a inaugurare il Bhaubali versando del ghee o burro fuso. Bellissima e raggiante, perché si tratta della dea Padmani Devi, assistente di ogni thirthankar.  Paradosso della trascendenza affidata all’arte, la religione come arte.

E l’arte come prosecuzione del gioco della natura. L’ultima complessa scalinata al Gomateswara, con Laxmi e gli elefanti sul timpano, è incastrata nella roccia, che sporge negli angoli più improbabili, è un supporto alla natura, essa stessa sacra.

Del Bhaubali da lontano appare il busto, mentre qui in cima, nel cortiletto dove s’alza per quasi 18 metri appare piccolino, un idolo bianco, quasi un dessert di ghiaccio vivo appena formato – ‘falso’ e ‘kitsch’ dice l’occidente, ovvero irreale e dolce, una creazione collettiva di buon auspicio, ai cui piedi la pooja chiama alla ‘comunione’, con l’iniziazione di ognuno, unto e segnato in fronte dal brahmino – al quale dà un’offerta libera. Allora si può ballare nel cerchio sacro, offrendo in tripudio la propria noce di cocco, e suonare, cantare, in responsorio al cantore.

India profonda cui è impossibile non partecipare, non appartenere – tanta è la grazia, l’innocenza infantile di questi riti, pellegrinaggi senza dolore, devozione senza fanatismo, comunità del momento, differenza senza separazione, gentilezza e gioco della festa senza tragedia, puro omaggio, ringraziamento al dio: un uomo che è divenuto Dio, essendogli riconosciuto un valore sociale fondativo: il principio, il pensiero e la pratica della postura meditativa… seduto o in piedi (Kayotsarga) la preghiera è qualcosa che si fa col corpo intero, una funzione biologica. Non un sacrificio cruento. Che si onori, in via di principio, qualcuno che con la sua “mite fermezza” è riuscito a liberarsi in vita (jivamukta), a divenire un illuminato che irradia energia – è un fondamento per la stabilità del sistema sociale indiano.

Sono uscito con le dita formicolanti, come dopo una seduta di meditazione o una sequenza di Tai Ji.

Forse quando nel Partenone c’era la statua di Athena Parthenos ricoperta d’oro, anche i greci ballavano, o alcuni di loro, secondo la democrazia stocastica da loro inventata. Forse è passato troppo tempo, di quel che era abbiamo solo gli scheletri, Aristenemi lo scultore del Bhaubali scolpì la statua nel 981, 1500 anni dopo. Ma ancora dopo un millennio gli indiani hanno saputo mantenere questi riti, per la loro felicità. Ancora per quanto ? 

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One Comment leave one →
  1. 30 marzo 2012 19:17

    E chi può dirlo?
    Interessante il video… indiane in sari e nikon,,, segni dei tempi!
    Ciao
    fab

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