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LA CRISI ECOLOGICA

15 marzo 2010

Se nient’altro ci unirà, lo farà la crisi ecologica. Per questo, non sono più necessarie quelle forme religiose differenziate, vincolate alla cultura locale, indirizzate in senso sociopolitico, che in passato hanno tenuto gli uomini divisi, dando a Dio quel che era di Cesare e a Cesare quel che era di Dio (…) Sul nostro pianeta sono stati spezzati tutti i confini che ci dividevano: non possiamo più contenere al nostro piccolo mondo locale tutto quello che amiamo, e proiettare le nostre aggressioni all’esterno, da qualche altra parte, perché su questa astronave chiamata Terra non esiste più un ‘altrove’. E nessuna mitologia che continui a insegnarci il concetto di un ‘altrove’ e di un ‘altrui’ potrà mai soddisfare le esigenze di quest’ora. La nostra mitologia del presente dev’essere quella dello spazio infinito e della sua luce, che è fuori ma anche dentro di noi: non più rivolta alla ‘gloria dei popoli’, ma tesa a risvegliare gli individui alla coscienza di se stessi, non come tanti singoli ‘io’ che lottano per il possesso di uno spazio sulla superficie della terra, ma come centri equivalenti della mente globale – senza più confini, ognuno a suo modo d’accordo con tutti.“ JOSEPH CAMPBELL,Envoy: No more Horizons (1971) in Myths to Live By, Viking Press, New York 1972; tr. it. Commiato: senza più confini, in Mito e modernità, Red, Milano 2007.

Queste lungimiranti parole di Campbell sembrano riecheggiare le dichiarazioni programmatiche di Obama, il suo tentativo di una politica di concertazione “globale”, che abbia un cuore ‘verde’, ossia il passaggio a un’economia ecologica. E senza dubbio il nuovo paradigma ecologico, anche sotto la spinta del ‘riscaldamento globale’, si è ormai imposto nell’agenda politica dei ‘grandi’ e della stessa opinione pubblica: una economia mondiale che risolva i conflitti in accordi sulle ‘emissioni’ è ormai divenuto un principio comune, qualcosa di più che una ‘mitologia’. Al tempo stesso però, non solo le disuguaglianze fra ricchi e poveri del mondo sono quadruplicate in questi ultimi quarant’anni, ma il clima politico-ideologico si è radicalmente spostato a destra, xenofobia e razzismo sono riemersi in una misura impensabile negli anni ‘70 (l’Italia ne è l’avanguardia), e la crisi ’sistemica’ del capitalismo ormai la alimenta. Lapaura, anziché la fiducia è il lubrificante delle svolte populiste dei governi e degli stessi lavoratori – la cui ‘classe’ è stata polverizzata dai bassi salari e dalle svolte ideologiche  individualistiche già prima della caduta del blocco sovietico. Ma, ancora e soprattutto – nonostante l’apparente pervasività degli ’studi postcoloniali’ e di un trans-culturalismo nell’arte, nella musica, nella letteratura – è proprio a livello filosofico che la mitologia della ‘luce’ di cui parlava Campbell si è arrestata. Non soltanto cioè in ambito religioso – col papato massmediale e ipercattolico di Woytila e ora con quello regressivo di Ratzinger – ma nelle radici del pensiero (“Europa o Cristianità”) permane il fondamentalismo, quel fondamentale abisso  fra ‘io’ e l’ ‘altro’ cui accennava Campbell. Se l’ecologia sembra unire, la filosofia continua a separare – non solo distinguere, ma separare, in modo ineluttabile. E’ forse il principiofirmissimum di non-contraddizione, il cuore del logos che ha dentro di sé questoproblemon sempre da risolvere ?  così sembra, se nemmeno le formulazioni di un Jean Luc Nancy o, per un verso opposto, quelle sulla totalità di un Severino (tacendo di un Cacciari che non si stanca di riproporre la differenza assoluta da mantenere con ‘l’altro’ persino nell’ amore evangelico) – non sembra esserci forma filosofica che non abbia alla base il conflitto fra io e l’altro, fra qui e l’altrove, fra Europa e non-Europa, fra bianco e colorato, fra Occidente e non-occidente. E se questa frattura è metafora di quella fra io intraprenditore  e altri esecutori, fra iniziativa tecnico-finanziaria e sua consumazione sociale, lo è anche in senso orizzontale, la competizione di tutti contro tutti gli ‘attori’ e le ‘parti sociali’ del mercato globale. E’ di gran moda Hobbes, homo homini lupus, e lo Stato come rimedio: Roberto Esposito condensa questa visione della ‘necessità’ politico-economica nella formula Immunitas (Stato) controCommunitas (terrore dello stato di natura).

La contrapposizione ‘metafisica’ fra io e altro, fra privato e pubblico, fra Cristiani e non-cristiani, fra grandi paesi industrializzati e stati canaglia, fra nativi e immigrati, fra maggioranza e minoranze – tutto ciò l’etica dovrebbe sanare ? – domina ancora la scena politica mondiale. Con la strisciante e nel caso italiano esplicita criminalizzazione dei secondi termini. E quindi nella semplice questione di vita o di morte, è della morte che si tratta per i secondi. La paura vera è di un nazismo mondiale soft. Allora è di nuovo l’evento improbabile, imprevisto, il moto di riscatto dell’ umano a poter smentire il blocco filosofico-politico.

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